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Perché Dio ha tanto amato il mondo che, ha dato il Suo Unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna. Giovanni 3:16 |

mercoledì 4 gennaio 2017

Cosa vuol dire ministro? Chi è un vero ministro?

Cosa è questa, una riflessione politica? O una riflessione spirituale? O forse tale argomento riguarderà la famiglia in particolare e la società in generale?

Quando scopriremo cosa significa realmente la parola ‘ministro’, vedremo che questo discorso riguarderà tutte le realtà appena elencate.

Fino a un certo tempo fa io stesso non conoscevo bene cosa significasse la parola ministro. Ma, un giorno, mentre mi trovai a lavorare in una scuola (precisamente in un liceo classico), parlando coi ragazzi di una classe del terzo anno, venni a sapere da una studentessa (che avendo studiato latino seppe darmi una spiegazione che io stesso ignoravo) che il significato della parola ministro deriva dalla parola latina ‘minis ter’. Ovvero? Minis= servo; ter= tre volte. Dunque la parola ministro significa ‘servo tre volte’ .

Quando ho appreso questa ulteriore definizione non ho potuto fare a meno di chiedere ai ragazzi se secondo loro i ‘ministri’ (politici) sono dei servi tre volte (ma anche una volta soltanto) del popolo! E la loro risposta spontanea (e non solo la loro) fu quella di dire prontissimamente “NO”.

Siccome stavamo parlando della responsabilità di coloro che occupano posti importanti, dove per ‘responsabilità’ – commentavamo con i ragazzi – non ci si riferisce tanto all’idea del potere e del comando ma a quella del rendere conto (di ciò che si fa), mi era venuto in mente di fare un accenno, appunto, alla figura dei ministri.

Io sapevo che la parola ministro vuol dire servo (da cui ‘ministrare’ = servire), ma ignoravo l’etimologia esatta di tale termine. E fu allora che quella ragazza mi venne in aiuto, spiegandomi cosa significa esattamente la parola ‘ministro’ (servo tre volte).

Alla luce di questa esperienza, vorrei ora, qui, riproporre a voi tutti la riflessione che, da quella considerazione, scaturì quel giorno in quella classe.

Se ministro significa ‘servo tre volte’, chi sono i veri ministri? Quelli che si servono degli altri (ossia del popolo dei cittadini – i politici -, del popolo della chiesa – i ministri di culto -, dei membri della famiglia più deboli (i figli) – i genitori –, delle persone che formano la società – i funzionari e gli amministratori della Pubblica Amministrazione) o quelli che servono gli altri?

Per rispondere chiaramente, semplicemente e onestamente a questa domanda bisogna riandare al vero significato della parola ‘ministro’. Il vero ministro è colui che serve, non colui che si fa servire.

Immagino che i veri cristiani, a questo punto, staranno pensando alle parole del Signore, che dice: “Io non sono venuto per essere servito, ma per servire” (Matteo 20: 28). E’ in queste parole che si trova lo spirito del Vero Ministro.

Alla luce di questa realtà probabilmente molti, insieme a quei perspicaci ragazzi di quella classe di liceo, diranno anche loro che coloro che in qualità di ministri non servono gli altri non sono dei veri ministri! In effetti, rivolgendo ai lettori di questo articolo la stessa domanda che sentii di porre agli studenti di quella scuola (“Pensate che i nostri politici siano dei veri ministri, ossia dei veri servi, del popolo”?), sarebbe interessante sapere quale risposta essi darebbero. [1]

In questo articolo vorrei andare oltre la discussione avuta con quei ragazzi in quella classe; vorrei estendere la riflessione non solo riguardo ai politici, ma anche riguardo ai ‘ministri di culto’ (i pastori), ai genitori e ai funzionari della Pubblica Amministrazione.

A tutti costoro chiederei se si sentono veri ministri; se pensano di stare onestamente servendo coloro verso i quali espletano il loro ‘ministero’ o se, piuttosto, stanno cercando di trarre dei vantaggi (personali) dall’espletamento del loro “servizio”.

Partendo dai politici, infatti, vorrei rivolgere la medesima domanda a tutti coloro che appartengono alle categorie appena menzionate (politici, ministri di culto, genitori o funzionari della cosa pubblica): “Intendete voi servire coloro con i quali avete a che fare o, invece, pensate che sia vostra prerogativa quella di farvi servire da coloro dai quali (cioè il popolo in generale) amate farvi chiamare ministri”?

Forse certi “ministri” per cercare di sfuggire al quesito diranno che il loro è un incarico importante e che, pertanto, il popolo deve rispettarli; diranno che loro occupano una posizione onorevole e che, pertanto, il popolo deve stimarli; diranno che….

Penso che queste siano tutte scuse per sfuggire al vero nocciolo del problema. Chi è il vero ministro? Colui che pre – tende di essere servito o colui che non fa il ministro per essere servito, ma per servire?

Non dobbiamo solo ritornare al vero significato della parola ‘ministro’ per rispondere a tale domanda; dobbiamo “anche” guardare alla figura del Vero Servo per eccellenza. Chi? Colui che disse: “Io non sono venuto per essere servito, ma per servire”. Il Signore che si dispose a lasciare la sua Gloria per venire in terra a servire gli uomini (per illuminarli e istruirli sul modo per poter andare in cielo); Lui, il Signore dei Signori, che prese il ruolo di servo (ministro), è il modello a cui guardare se si vuole realmente rispondere alla domanda che sta al centro di questa riflessione (“Chi è il vero ministro”?).

Coloro che guardano a Lui (al Signore, che venne in terra per servire gli uomini e per dare la sua vita come prezzo per il loro riscatto – Matteo 20: 28 -) sapranno essere veri ministri, veri servitori (del popolo) e non sfruttatori di esso (ossia degli altri esseri umani).

Molti, invece, intendono rivestirsi del titolo e del ruolo di “ministri” secondo l’intenzione segreta di signoreggiare sugli altri. Come?

Perché i politici fanno i politici? Per ministrare il popolo, ossia per servirlo o – piuttosto – per poter aspirare alla poltrona di ministro e, con essa, alla relativa remunerazione (molto lauta, molto al di sopra di quella percepita dagli individui appartenenti al popolo)? Sono sicuro che se riproponessi tale domanda a quegli studenti ancora adolescenti (ma arguti) con i quali avevo iniziato una simile conversazione, costoro mi direbbero prontamente che lo scopo dei politici “probabilmente” più che originare dalla vocazione di poter servire il popolo è derivante dal servizio di se stessi, ossia dall’intenzione di perseguire un lauto guadagno e dal fregio di sentirsi al di sopra degli altri. E, onestamente, come dare torto a questi ragazzi (e a chiunque la pensi come loro)?! Per dar loro torto, per dire loro che si sbagliano, che i nostri politici sono tali per vocazione, che essi non aspirano a un lauto guadagno ma alla voglia di servire il popolo (aiutando coloro che sono deboli, cercando il bene di coloro che hanno bisogno di guide dalla illibata dirittura morale), bisognerebbe poter dire loro che se ai politici si facesse una certa proposta per verificare questo spirito di servizio essi di certo la accetterebbero.

E qual è la proposta che si potrebbe e dovrebbe fare ai politici per testare la loro vocazione al servizio (e, dunque, all’essere dei veri ministri)?

Beh, per togliere il dubbio che i nostri ministri politici aspirino alla poltrona e al guadagno più che alla volontà di servire (ministrare) il popolo, si potrebbe (e dovrebbe) proporre loro di avere una rimunerazione molto inferiore a quella che attualmente ottengono; una remunerazione non molto distante o dissimile da quella che i membri del popolo percepiscono.

Se i politici accettassero una simile proposta, allora si che, sarebbe evidente che essi sarebbero dei veri ministri, dei veri servi. Allora si che li si potrebbe chiamare a ragione onorevoli (d’animo).

Non sto descrivendo un ideale assurdo. Una favola. Infatti questa realtà, oltre ad averla vista esemplificata magistralmente nel modello del nostro Signore (il quale ci ha dato un esempio affinché anche noi potessimo fare come Lui (Giovanni 13: 13 – 17), potremmo vederla in diverse figure bibliche, in diversi uomini che si sono condotti da veri ministri (di Dio e degli uomini). Tra questi una figura è quella di Nehemia e del suo esempio di governatore timorato di Dio (Neh 5: 14 – 19).

Passando ai ‘ministri di culto’ (i pastori delle comunità ecclesiali) è il caso di porre le stesse questioni ribadite per i politici? Potrebbe la subdola aspirazione all’assumere tale ruolo per l’intenzione di mettersi in mostra e per il sentirsi in vista piuttosto che per quella di servire i credenti contagiare anche coloro che si dicono ministri del vangelo? Chi ha il coraggio di dire no?! Sarebbe come dire che crederemmo nel dogma dell’infallibilità!

Ma come e quando un ‘ministro di culto’ potrebbe rivelare più ambizione a perseguire i propri interessi anziché la causa di Cristo? Beh potrebbe farlo quando due particolari visioni e atteggiamenti caratterizzerebbero il suo operato:

quando svolgerebbe il suo ruolo di ministro per mirare a un certo compenso economico (più elevato dei membri che frequentano la comunità da lui “servita”). Infatti ritengo illecito il sistema della decima per due motivi (uno spirituale e uno materiale): il nuovo testamento non impone il sistema della decima (concetto appartenente all’antico testamento), ma parla di offerte libere (cioè non misurate in cifre fisse ed imposte); se in una comunità vi fossero 100 capifamiglia e tutti costoro dovessero pagare (ops dare) la decima (ipotizziamo 100 € a fronte di 1000 € di stipendio) il pastore percepirebbe uno stipendio di 10.000 €. Che sproporzione! E immaginiamo quale zelo tale pastore e “ministro” metterà per cercare di far crescere di numero di credenti della propria comunità ! quando svolgerebbe il suo ruolo sentendosi al di sopra (ovvero più importante) delle persone che frequentano la comunità (mi è capitato di notare atteggiamenti di superiorità in diversi “ministri”, che si atteggiano ad esseri superiori, che non permettono ai membri della comunità di rivolgersi loro come a un pari, come a un uomo pari a loro (sacrilegio!). Forse sto parlando di cose impossibili? Non è nota la circostanza per cui certi “pastori” non vanno mai in cerca delle pecore per accertarsi del loro stato, perché – secondo loro – sarebbero le pecore a dover andare da loro (nel loro studio)?

E, provando a concludere, che dire di quei genitori che si dimenticano che anche loro sono chiamati dal Signore a servire i loro figli? Si, lo ripeto, servire i loro figli. Mettere al mondo dei figli e crescerli davanti a Dio costituisce un servizio e un ministero che, se svolto alla Sua gloria, deve portare i genitori ad essere dei servi (nel senso di aiutanti) dei loro figli. Crescere giustamente e santamente dei figli costa (non solo in termini economici, ma soprattutto in termini di dedizione).

E, in ultimo, che dire di quei funzionari della Pubblica Amministrazione che a volte trattano il pubblico non con uno spirito di servizio ma di altezzosità?

Spero che questo articolo serva a far riflettere tutti i “ministri” che occupano tale ruolo in vari contesti e con varie mansioni, affinché diventino veri ministri. Infatti c’è bisogno di veri servi di Dio (a prescindere dal ruolo occupato nella società: politico, pastore, genitore o funzionario).

[1] Chi volesse darmi la propria opinione e risposta potrebbe farlo scrivendomi una mail (scrivere a : enzo_maniaci@libero.it).

Enzo Maniaci | Notiziecristiane.com

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